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Bordonaro (fraz. di Messina) - 'U pagghiaru

TRADIZIONI, SAGRE ED EVENTI

BORDONARO - MESSINA

U Pagghiaru e la pantomima del cavadduzzu
e l'omu sarbaggiu

© Testo e foto: Vincenzo Anselmo




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Giunto il momento, gli “assaltatori”, impazienti di sfidarsi, si buttano all'impazzata sotto u Pagghiaru e, con l'aiuto di parenti ed amici, si lanciano cercando di aggrapparsi alla cupola dando inizio ad una affannosa arrampicata che si conclude una volta toccata la croce. Il vincitore, infatti, è proprio colui che riesce ad impossessarsi della croce. Gli altri, invece, che sono riusciti a salire su questa sorte di "albero della cuccagna", quindi in qualche modo anche loro vincitori, iniziano a spogliare il Pagghiaru dalle arance, dai limoni e dalle ciambelle di pane, lanciandoli sulla folla, in una sorte di ridistribuzione dei beni con chiaro valore augurale e propiziatorio.
L'intero rito, infatti, pur riplasmato in chiave cattolica, fonda le sue origini nelle antiche feste agrarie di matrice precristiana tendenti a propiziare la fecondità della terra.
A conclusione di questa manifestazione, della durata di pochi minuti, la folla si raduna nella vicina chiesa dove il sagrato diviene teatro di un altro rito ricco di fascino, oltre che di interesse antropologico: la pantomima del cavadduzzu e l'omu sarbaggiu.
Si tratta di una sorte di battaglia inscenata, sotto forma di danza eseguita al suono della banda musicale, da due uomini che indossano, il primo
un'armatura raffigurante un cavallo, u cavadduzzu, e l'altro una corazza, un elmetto, una lancia e uno scudo, l'omu sarbaggiu.
Le armature, realizzate con canne e legno, piuttosto che essere rivestite con stoffa o cartapesta, per meglio plasmare le figure, come spesso accade nelle tante feste siciliane in cui assumono un ruolo centrale personaggi biblici, giganti, animali o diavoli, qui vengono sapientemente addobbate con centinaia e centinaia di petardi fatti esplodere proprio nel corso della battaglia-danza. L'abilità dei due stravaganti personaggi sta nel riuscire a mimare i passi di danza assecondando lo sparo dei mortaretti e le fontane di fuoco.
A vincere la battaglia, non più lunga di cinque minuti, è colui che spara l'ultimo colpo che tradizionalmente deve essere il cavadduzzu.
La pantomima rappresenta la ciclica lotta del bene contro il male, residuo quindi di quei riti magico-rituali che venivano celebrati nelle antiche società agrarie, soprattutto in quei periodi in cui più forti si facevano le paure e le incertezze per il futuro - vedi inverno - per propiziare il rinnovo della natura e la fecondità della terra.
Un giorno di festa, quindi, con due riti, diversi nell'apparato scenico e nello sviluppo, ma con un unico significato intrinseco e cioè, ancora una volta, la rigenerazione della vita e della natura e la propiziazione di un futuro migliore.

« Gennaio 1998 »



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