1. GARE DEI SAMPAOLARI E DEI SAMBASTIANARI IN PALAZZOLO ACREIDE
Nella prima metà del secolo passato il popolo di Palazzolo era diviso in quattro contrade per altrettante chiese dalle quali prendevano il nome: S. Paolo, S. Sebastiano, S. Michele, S. Antonio. Il magistrato del Regno, designato al Barone, corrispondendo alle leggi, presiedeva a tutte e quattro le contrade ed esercitava le pubbliche cariche nel palazzo civile(1).
Quanto codesta distinzione dovesse nuocere alle condizioni morali e civili del comune, è facile indovinare, specialmente se si guardi alla regione dell'Isola (prov. di Siracusa) che non è delle meno inchinevoli della Sicilia a parteggiare sotto l'aspetto religioso, ed al comune nel quale la chiesa di S. Paolo avea supremazia sulle altre.
Quando poi, poco prima del 1859, la chiesa di S. Sebastiano per disposizione canonica e regia divenne parrocchiale, allora il dissidio fra le due contrade non tardò ad inacerbirsi, schierandosi gli abitanti sotto due partiti: quello di S. Paolo e l'altro di S. Sebastiano; dissidio favorito dalla posizione topografica del comune, essendo S. Sebastiano nella regione superiore e S. Paolo nella inferiore del paese.
Ed ecco sotto il nome, il protettorato ed il culto de' Santi due fazioni religiose, con due feste annuali, distinte, in due tempi diversi (27-29 Giugno, 8-10 Agosto), ma con eguali spettacoli, ripetuti per le due solennità, in gara continua e sempre crescente.
Non per nulla siamo nella provincia di Siracusa!
Figurarsi che in questi ultimi tempi i Sambastianari han fatto eseguire una statua del loro santo, che in arte e bellezza si lascia molto addietro quella di S. Paolo: e non è espediente che non mettano in campo per oscurare la solennità ed il clamore dell'altra(2). Ma per quanto si moltiplichino in far meglio dei Sampaolari, per quanto lavorino contro il santo rivale ed a favore del proprio, non riescono mai a persuadere quei di Buccheri, di Buscemi, di Ferla, di Cassaro, di Giarratana, di Monterosso, di Canicattini, ad andare alla loro festa invece che a quella di S. Paolo. V'è la storia, v'è l'antichità, v'è il prestigio di quella spada con la quale S. Paolo è rappresentato, la forza materiale attiva, tanto simpatica al popolo siciliano, a fronte della debolezza del povero S. Sebastiano, che si lasciò frecciare in tutte le parti, e v' è, più d'ogni altro, la processione, che è unica nel suo genere e che percorre per lungo e per largo il paese inferiore.
Difatti, mentre S. Paolo il 29 Giugno va dove gli pare e piace, S. Sebastiano non può fare altrettanto pel 10 Agosto, non essendogli consentito di oltrepassare i limiti entro i quali, come in una cerchia di ferro, lo chiuse la consuetudine imposta probabilmente dalla maggioranza del numero o della prepotenza dei devoti o dal favore dei luoghi. Se ne risentirebbe più che mezzo Palazzolo, e forse ne seguirebbe quella sassaiuola, che è conosciuta col nome di pitriata, contro la folla e contro il Santo.
Supporre poi che alla processione di un santo partecipino i parrocchiani dell'altro, è ignorare l'indole di quella gente e la forza delle sue abitudini.
Per quanto deboli a fronte dei Sampaolari - i quali a quest'ora avran dimenticato che loro antica protettrice era la Madonna d'Odigitria - i Sambastianari non piegano e non piegarono mai né per forza né per amore. Si sa che ovunque passi, non dico il santo patrono, ma un santo qualunque del calendario a cui si celebri una festicciuola, la chiesa che lo sente vicino suona a festa. Ebbene: codesta regola ha una eccezione in Palazzolo: la chiesa di S. Sebastiano non si dà per intesa dello avvicinamento e del passaggio dell'Apostolo. "Che cosa si crede egli, questo trunzu di cersa! (torsolo di quercia), - esclamano i Sambastianari, a' quali non può andar giù che quelli della parte contraria diano del pupu di pezza (bamboccio di cenci) al loro gran Santo.
Una volta piovve a diluvio. S. Paolo, che esercita il suo indiscutibile diritto di entrare nelle chiese onde passa, era alla porta di S. Sebastiano. Con un atto di buona volontà de' suoi devoti si sarebbe
potuto salvare da quel torrente; ma nossignore! S. Paolo non si abbassò a chiedere ospitalità, né S. Sebastiano si mosse ad offrirla: e Santo e devoti rientrarono nella loro chiesa come pulcini bagnati.
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(1) V. Amico, Lexicon, v. II, p. 247.
(2) Notisi l'uso della 'nzaredda (zagarella), nastro che per devozione si lega e si lascia, finché si consumi, alle braccia, ai polsi dei devoti, od ai cavalli che si vogliano preservare da qualche male.